logo

IL COACHING LAVORA SUL QUI ED ORA E SUL FUTURO DESIDERATO

 

 

Spazio Kira, via Edoardo Jenner, 163  Roma

tel. 06 65494265

info@spaziokira.it

L'errore più grande nel trattamento delle malattie è che esistono medici per il corpo e medici per l'anima, quando invece le due cose non possono essere separate.

 

Platone


facebook
instagram
youtube

Avere cura di chi ha cura

2026-01-17 20:02

Spazio Kira

Benessere Psicologico, Stress e Regolazione Emotiva, elaborazione-del-lutto, morte, caregiver, fine-vita,

Avere cura di chi ha cura

Per un caregiver immaginare la morte di chi è l’oggetto delle sue cure, da sempre, è inimmaginabile, è la raffigurazione del vuoto, del buio

Qualche giorno fa un’amica mi ha espresso un proposito: iniziare un percorso di supporto psicologico per arrivare preparata alla morte della madre. Una decisione delicata, espressa a bassa voce, quasi come se si vergognasse di dimostrarsi fragile, o di immaginare la fine della mamma.

Ci insegnano che non dobbiamo mai pensare alla morte di qualcuno, che è di malaugurio, che non sta bene.

 

 

gemini_generated_image_5gyyw05gyyw05gyy.png

Mi è venuto in mente un articolo degli anni ’50 del secolo scorso di Geoffrey Gorer[1], un antropologo, che sottolineava come, nell’opinione pubblica, fosse ritenuto più pornografico parlare di morte che di sesso, non è cambiato molto da allora, nonostante gli sforzi ironici e divertenti di Taffo.


 

[1] Geoffrey Gorer “La pornografia della morte” (1955)

Per un caregiver immaginare la morte di chi è l’oggetto delle sue cure, da sempre, è inimmaginabile, è la raffigurazione del vuoto, del buio, della mancanza di senso e, spesso, si trovano a confrontarsi con persone che, quando esprimono questo senso di smarrimento, o li censura (-ma non ci pensare adesso, su!-) o li consola maldestramente (-sarà doloroso, sì, lo immagino, ma pensa che potrai riprendere in mano la tua vita!-).

Che cosa significa essere un caregiver?

La parola inglese ce lo dice letteralmente: care=cura, giver=donatore, donatore di cura. Un caregiver sceglie, o si trova, a dedicare tutto il tempo a disposizione che ha ad una persona che non è più autosufficiente: un figlio, un coniuge, un amico; sono persone che si prendono cura di chi non riesce più a deambulare, a nutrirsi da solo, a lavarsi, a vestirsi, spesso, senza alcuna formazione, con le uniche armi che hanno: l’amore e la dedizione.

Spesso si è caregiver per anni, come è successo alla mia amica; all’inizio si fa un po’ fatica, ma poi ci si abitua, il nostro tempo si regola sul tempo dell’altro, ci sono molte rinunce, ma anche molte soddisfazioni, quando ci rendiamo conto di essere utili, di essere il motore della serenità altrui, di essere la causa di un sorriso o di un sonno tranquillo. Ma quando ci si avvicina alla fine del nostro caro, il senso di soddisfazione si assottiglia, la serenità si incrina, la mancanza di senso si avvicina e, spesso, tanti rimorsi e il senso di colpa di non avere fatto tutto, di non aver fatto abbastanza, di non essersi dati del tutto, ci avvolge come un mantello di spine. Il nostro malessere arriva di riflesso anche alla persona accudita, che ne sente il peso e il bisogno di tranquillizzarci per andarsene in pace.

E’ uno dei ruoli più complessi e delicati quello del caregiver, che si muove su terreni diversi e fragili: quello logistico della cura materiale, come abbiamo detto poc’anzi spesso senza nessuna formazione; quello emotivo, già predisposto alla mancanza, al dolore della perdita, al bilancio del proprio operato e del proprio ruolo affettivo nella vita del proprio caro e della famiglia intera; infine quello spirituale, perché, prendendoci cura di una persona nel fine vita, è inevitabile interrogarci sull’eterno dilemma della vita e della morte, sul cosa ci aspetta dopo. 

gemini_generated_image_d4es4rd4es4rd4es.png

Ricordo una frase molto calzante di Frank Ostaseski su chi si trova ad accompagnare una persona verso la propria fine “…significa non voltare le spalle nei momenti più duri, restare presenti nel territorio del mistero e delle domande senza risposta”[2], ma lui si riferiva agli operatori degli hospice, per un caregiver questo vale all’ennesima potenza.

A cosa ci si prepara prima che il nostro caro ci lasci nella sua forma fisica? Sicuramente alla paura: paura di vederlo soffrire ancora di più, paura di non riuscire ad alleviare il dolore più estremo, paura di non accorgerci che se ne sta andando e quindi non poter fare “quello che si deve fare”, paura della nostra inadeguatezza a nuove necessità, paura della sua trasfigurazione, paura di ricordarlo nella forma della sofferenza, paura della mancanza, quella fisica e quella emotiva, paura che quello che sta succedendo a lui, prima o poi, possa succedere anche a noi, paura di crollare.


 

[2] Frank Ostaseski “Saper accompagnare” (2005)

img_2112.jpeg

E’ poi così tanto scandaloso far emergere questa paura? E’ un tabù ancora così grande da dover essere taciuto? Con il rischio di rimanere schiacciati da emozioni che abbiamo lasciato sopite, dentro di noi, mentre stavano crescendo?

La condivisione allevia ogni peso, e questo vale anche per il dolore e la paura; come sosteneva Elisabeth Kübler-Ross “Credo che dovremmo prendere l’abitudine di pensare ogni tanto alla morte e al morire, prima di incontrarla nella nostra vita personale”[3], pertanto sì, non c’è niente di strano o di preoccupante nel sentire il bisogno di un sostegno psicologico per affrontare la morte di chi è stato al centro della nostra attenzione per anni e per poter iniziare a scorgere un orizzonte differente per le nostre azioni di cura.

 


 

[3] Elisabeth Kübler-Ross “La morte e il morire” (1976)