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L'errore più grande nel trattamento delle malattie è che esistono medici per il corpo e medici per l'anima, quando invece le due cose non possono essere separate.

 

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Morte, paura e solitudine

2026-01-19 14:37

Spazio Kira

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Morte, paura e solitudine

Quando la morte si avvicina, si accende il bisogno di essere visti. Una riflessione calda su solitudine, cura e senso.

Io con la morte ho fatto molta fatica, prima di risanare il rapporto.

Non perché non sappia che esiste. Non perché non la incontri – come tutti – nei racconti, nei lutti, nelle diagnosi, nelle transizioni di vita.
 

Fatica perché, quando ne parlo, sento fortemente che non si sta “solo dicendo una parola” o raccontando di un evento: ma sto sfiorando un punto fragile della mia identità, la parte che vorrebbe tenere tutto e tutti, la parte che vorrebbe rimandare, la parte che si irrigidisce davanti all’idea di lasciar andare e anche – cosa più scomoda – di lasciarsi andare.
 

A volte mi capita di pensare “io ho paura di morire” e subito dopo, quasi senza accorgermene, la frase cambia pelle e diventa: ho paura di morire da sola, ho paura di non essere più raggiungibile, ho paura di non lasciare niente che conti, ho paura che ciò che ho amato si disperda, ho paura che i legami – alla fine – siano più fragili di quanto io riesca a tollerare.

 

E allora mi accorgo che la morte, per molti di noi, non è solo la fine della vita: è un attivatore potentissimo della paura della solitudine, quella solitudine che non è “non avere gente intorno”, ma sentirsi senza appiglio, senza sguardo, senza un “tu” che mi tenga mentre crolla il pavimento.

 

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Mi viene in mente un’immagine che Baglioni mette in parole come fosse una perfetta descrizione del nostro essere umani: "La vita è adesso nel vecchio albergo della terra. E ognuno in una stanza, in una storia di mattini più leggeri. E cieli smarginati di speranza e di silenzi da ascoltare e ti sorprenderai a cantare
ma non sai perché" (Claudio Baglioni - La vita è adesso). Un albergo: stanze separate, corridoi, porte che si chiudono, rumori che filtrano, e ognuno con la sua storia. Forse la paura della morte assomiglia a questo: alla sensazione che, prima o poi, la porta della nostra stanza si chiuda e noi restiamo lì, da soli, con la consapevolezza che nessuno può morire al posto nostro.

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Yalom – che ha fatto della morte, dell’isolamento, della libertà e del senso i quattro grandi temi dell’esistenza – lo direbbe con precisione clinica, ma io voglio proporne una traduzione popolare e quotidiana: quando la morte si avvicina, o anche solo quando ci pensi sul serio, si accende il bisogno di contatto, di appartenenza, di significato. E se quel bisogno non trova risposta la paura si fa più grande di quanto vorremmo ammettere. Non è solo paura di “finire”, è paura di essere lasciati, o di non riuscire più a tenere insieme la vita come si è sempre fatto, o di diventare invisibili proprio nel momento in cui ci si sente più fragili.

 

Noi siamo fatti per essere visti.


La morte mette in discussione proprio questo: “mi vedrai ancora?”, “mi terrai ancora?”, “avrò ancora un posto nel tuo mondo?”.

De Martino, in un’altra lingua – quella dell’antropologia – chiamerebbe questo rischio “crisi della presenza”: quando l’io perde i suoi riferimenti, il mondo smette di essere abitabile allo stesso modo, e il futuro si oscura. 

Si tratta di quel momento in cui non è solo il corpo a fare paura, ma l’esperienza di non reggersi più dentro la propria vita. La persona non teme soltanto il dolore o la perdita di autonomia, teme di essere ridotta a “caso clinico”, teme lo sguardo pietoso o sbrigativo, teme di essere un peso, teme di non essere più qualcuno ma qualcosa. E allora la solitudine diventa una ferita anticipata: “se non potrò più fare, chi sarò per voi?”

In questi momenti vissuti ad esempio in Hospice, ho visto quanto la presenza – una mano, una voce, un gesto ripetuto, il ricordo, un messaggio – diventi una medicina reale, perché dice: “tu sei ancora tu, io sono qui e noi siamo ancora noi”.

 

Eppure non sempre c’è qualcuno che riesce a restare.

 

Perché anche chi accompagna ha paura.

 

Il caregiver, per esempio, vive spesso una solitudine che è quasi invisibile agli altri: ha persone intorno, telefonate, medici, chat di famiglia, ma dentro può sentirsi l’unico che regge davvero la baracca emotiva. La solitudine del caregiver è fatta di turni, di frasi che non dice per non far preoccupare, di stanchezza che non mostra per non crollare, di rabbia che si vergogna di sentire. È una solitudine piena di doveri e povera di uno spazio dove essere semplicemente umani.

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E poi c’è la paura più difficile da confessare, quella che arriva a volte nel cuore di chi è in fine vita e a volte nei caregiver: “quando finirà, io chi sarò? Cosa (potrò) diventare?”. Da questa prospettiva la morte non è solo la fine della vita dell’altro, è la fine di un ruolo, di un ritmo, di un’identità quotidiana.

Anche questo è solitudine: perdere il “noi” che ti teneva in forma, perdere un senso pratico che ti organizzava le giornate, perdere un futuro immaginabile.

Una persona in fine vita (o chi medita e prepara la fine) dice: “voglio salutare bene”, “voglio dire una cosa che non ho mai detto”, “voglio lasciare una frase scritta”, “voglio che vi ricordiate questo di me”. 
Eccolo il bisogno di restare in relazione, di non sparire.



 

E lì, paradossalmente, capisco anche qualcosa di me: la mia paura non è solo paura della morte, è paura di rompere un filo. È paura che il filo non regga. È paura che, mentre io mi lascio andare, il mondo mi lasci. 

In una forma specifica di fine vita - il suicidio - il nodo della solitudine è spesso centrale. 

 

Lo dico con rispetto assoluto: chi arriva a pensare al suicidio non sempre desidera morire; spesso desidera smettere di essere solo in un dolore che non trova contenimento, smettere di essere solo in una vita che sembra non offrire più appigli. Quando la morte si fa pensiero fisso, il bisogno di essere parte di qualcosa e di qualcuno si fa più urgente; se ti senti escluso, fallito, non amabile, o semplicemente troppo solo, la mente può convincersi che l’unico modo per fermare l’angoscia sia spegnersi.

 

E insieme sento l’altra faccia della stessa medaglia: la maschera. Quante persone, prima di un gesto estremo, hanno continuato a funzionare, a rispondere, a sorridere, a dire “tutto ok”. È una forma di solitudine ancora più feroce, perché ti fa vivere dentro e fuori in due mondi diversi. È qui che “lo spettacolo deve continuare” può diventare una trappola, un comando interno che non lascia spazio alla richiesta d’aiuto.

 

A questo punto, mentre scrivo, mi viene da fermarmi e chiedermi – chiederti – una cosa semplice: tu, quando pensi alla morte, cosa temi di più? 
Il dolore fisico, l’ignoto, il giudizio, o la possibilità di non essere più in relazione? 

Perché se è quest’ultima, allora il tema non è “imparare ad accettare la morte” come si dice nei discorsi un po’ facili, ma imparare a stare nei legami in modo più vero finché siamo vivi, e imparare a chiedere presenza quando ne abbiamo bisogno

 

E qui la musica, di nuovo, fa una cosa che le teorie e i modelli da soli non fanno: trovare immagini e parole che spesso noi non riusciamo a dire. Mango, ad esempio, dice una cosa che a me sembra la fotografia di un desiderio umano: "Non moriremo mai, il senso è tutto qui" (Mango). Qui c'è il bisogno di credere che qualcosa resti: “Mi piace quest'idea di eternità... non verità” (Mango - non moriremo mai). 

Quell’“eternità” è spesso un nome poetico per dire “non voglio perdere il filo, il contatto”. 

Io non so cosa ci sia dopo. 

Non lo so davvero. 

Ma so che esiste un “dopo” dentro i vivi: il dopo fatto di tracce, di parole, di gesti, di memoria. 

E allora “cosa lascio” diventa una domanda meno metafisica e più concreta: che impronta emotiva lascio? che libertà lascio? che cura lascio? che verità lascio? E “cosa trovo” può diventare, più umilmente: che spazio trovo dentro le persone che restano, e dentro di me, per continuare a sentirmi in relazione anche quando la vita cambia forma. In questa prospettiva, la morte diventa un attivatore severo: non perché “insegna” in modo moralistico, ma perché toglie il superfluo e ti costringe a guardare cosa conta davvero.

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Parlare di morte fa paura perché costringe a mollare l’illusione del controllo, costringe a vedere che non si può tenere e trattenere sempre tutto. Ma forse proprio per questo parlarne è un atto di cura: perché mi ricorda che la vita è relazione, e che la solitudine – quando diventa troppo grande – non si “gestisce” da soli, si attraversa con qualcuno.
 

Io, intanto, continuo a imparare questo: che la paura della morte, quando la guardi bene, è spesso una domanda d’amore, e che il modo più umano di risponderle non è diventare invincibili, ma diventare più veri nei legami, più capaci di dire “ho bisogno”, più disposti a tenere e a lasciar andare senza vergognarci della nostra fragilità.

Con cura,